Dal suo discorso di grande risonanza all’Assemblea generale delle Nazioni Unite al vertice ad alta tensione alla Casa Bianca con il leader cinese Xi Jinping, nella settimana appena trascorsa il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha cercato di riaffermare il proprio ruolo sulla scena internazionale. Per molti analisti, è comunque passata l’immagine di un presidente alle prese con problemi sia sul fronte interno sia su quello internazionale.
I temi sui quali Trump finge sicurezza ma non si vedono chiare risposte, sono tanti: l’aggravarsi della guerra con l’Iran, che ha fatto aumentare i prezzi della benzina negli Stati Uniti e fatto crollare i suoi indici di approvazione, il peggioramento dei rapporti con gli alleati e l’intensificarsi della sfida cinese nel campo dell’intelligenza artificiale, solo per citarne alcuni.
Con i limiti del suo potere ormai evidenti, Trump ha iniziato a incontrare la resistenza dei leader mondiali su questioni che vanno dalla crisi in Medio Oriente alla guerra della Russia in Ucraina, lasciando l’impressione di una politica estera che si è arenata. Tutto ciò avviene mentre il suo Partito Repubblicano si prepara alle elezioni di metà mandato di novembre, che potrebbero limitarne ulteriormente il margine di manovra politico.
Nonostante ciò, il discorso di Trump alle Nazioni Unite di martedì (22 settembre) ha ricordato con forza come, dal suo ritorno alla Casa Bianca lo scorso anno, egli abbia sconvolto le regole dell’ordine globale basato sul diritto internazionale, alla cui creazione Washington aveva contribuito dalle macerie della Seconda guerra mondiale.
Dal podio di un’organizzazione internazionale dedicata alla costruzione della pace, ha lanciato una nuova minaccia di “annientare” l’Iran qualora non accettasse un accordo, ha difeso il proprio approccio coercitivo nei confronti del Venezuela, membro dell’OPEC, sostenendo che “al vincitore spettano le spoglie”, e ha lasciato intendere che potrebbe non aver finito di utilizzare l’esercito statunitense per raggiungere i propri obiettivi internazionali.
Nonostante questa posizione assertiva, nei colloqui di giovedì (24 settembre) con Xi, il presidente americano si è trovato di fronte a un omologo cinese che sembrava trovarsi in una posizione più forte, mentre supervisionava l’aumento degli scambi commerciali del suo Paese con il resto del mondo e gli Stati Uniti affrontavano le conseguenze economiche del conflitto con l’Iran.
Risultato limitato dal vertice con Xi
Questo era il contesto della visita di Stato di Xi, caratterizzata da grande solennità e cerimoniale ma da pochi risultati concreti, nonostante una lunga serie di questioni spinose come l’intelligenza artificiale, il commercio, Taiwan e l’Iran. Il risultato più tangibile è sembrato essere una proroga di due mesi della tregua commerciale, originariamente in scadenza a novembre, tra le due maggiori economie mondiali.
Sebbene Trump abbia mostrato scarso interesse a rendere pubbliche eventuali divergenze tra le due potenze, i media statali cinesi hanno riferito che, a porte chiuse, Xi lo avrebbe esortato a opporsi all’indipendenza di Taiwan. L’isola, governata democraticamente e rivendicata dalla Cina, rimane il tema più controverso nei rapporti tra Washington e Pechino.
L’atteggiamento apparentemente non conflittuale di Trump è stato molto diverso dal suo precedente approccio aggressivo e basato sui dazi, che è stato ridimensionato dal controllo esercitato da Pechino sulle terre rare, una componente fondamentale per la produzione tecnologica e automobilistica e che la Cina ha dimostrato di poter trattenere come forma di ritorsione.
“Trump vede se stesso come colui che ci sta riportando a un mondo in cui il più forte ha ragione”, ha dichiarato Brett Bruen, ex consigliere per la politica estera dell’amministrazione Obama e oggi a capo della società di consulenza strategica Global Situation Room. “Ma è significativo che diventi molto più esitante quando si tratta di Xi Jinping e dell’ascesa della potenza cinese”.
Rispondendo alle domande di Reuters, un funzionario della Casa Bianca ha respinto l’idea che la politica estera di Trump abbia raggiunto un punto morto e ha affermato che le sue dichiarazioni all’ONU hanno “messo in evidenza le sue varie vittorie nel promuovere gli interessi degli Stati Uniti nel mondo”, tra cui aver impedito all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare. Teheran ha sempre sostenuto che il proprio programma nucleare abbia finalità pacifiche.
Lo stallo della guerra con l’Iran
A incombere sulla fitta settimana diplomatica di Trump è stata la guerra con l’Iran, iniziata il 28 febbraio insieme a Israele. Il conflitto si protrae da quasi sette mesi, sconvolgendo le forniture energetiche globali e coinvolgendo altri Paesi della regione – più recentemente lo Yemen e il corridoio marittimo del Mar Rosso.
La resistenza dell’Iran, nonostante i pesanti colpi economici e militari subiti, è diventata la sfida più difficile da risolvere della politica estera del secondo mandato di Trump.
Trump ha utilizzato il suo discorso all’ONU per difendere l’attacco contro l’Iran e dichiarare che “l’America è tornata”, più forte che mai. Ma dopo una serie di primi successi in politica estera, tra cui un cessate il fuoco a Gaza e la cattura del leader venezuelano, il bilancio del suo secondo mandato è sempre più caratterizzato da situazioni di stallo.
Con la guerra in Iran fortemente impopolare e capace di dividere la base politica di Trump, egli potrebbe pagarne il prezzo nelle elezioni di metà mandato al Congresso, nelle quali il controllo del Congresso da parte del Partito Repubblicano è in gioco.
I leader mondiali sembrano prepararsi a una fase nella quale l’influenza del presidente degli Stati Uniti potrebbe iniziare a diminuire dopo le elezioni di metà mandato, con meno di due anni e mezzo ancora a disposizione prima della fine del suo mandato.
La maggior parte degli alleati europei e asiatici ha già respinto le richieste di Trump di fornire assistenza nel conflitto con l’Iran, che il presidente ha avviato senza consultarli.
All’Assemblea generale dell’ONU di quest’anno, alcuni partner degli Stati Uniti hanno criticato Trump, sebbene perlopiù senza nominarlo direttamente. Il presidente francese Emmanuel Macron ha messo in guardia da un “ritorno globale alla legge della giungla”, affermando che i Paesi si trovano di fronte a una scelta tra un mondo governato dalla forza e dalla coercizione e una “società internazionale civile”.
In quella che è apparsa come una critica a Trump, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha condannato le interferenze straniere nelle elezioni di ottobre del suo Paese e ha insistito sul fatto che “non abbiamo bisogno di portaerei che pattuglino le nostre acque; abbiamo bisogno di cooperazione per fermare il flusso di armi e denaro che alimenta la criminalità”.
Il funzionario della Casa Bianca, parlando a condizione di anonimato, ha dichiarato che Trump “non è interessato a fare propaganda, ma ai risultati” e che le dichiarazioni pubbliche di alcuni leader non corrisponderebbero a ciò che gli stessi leader gli avrebbero detto in privato.
La resistenza a Trump
Un altro segnale di una riduzione del suo peso internazionale è arrivato dal tentativo di Trump di convincere Ucraina e Russia ad accettare anche solo un limitato cessate il fuoco nel settore energetico, che non ha ottenuto grandi risultati.
E sebbene Trump abbia rivendicato un accordo con la Danimarca e la Groenlandia per ampliare la presenza militare statunitense nella vasta isola artica, l’intesa è rimasta al di sotto della sua richiesta iniziale di “possedere” il territorio e della minaccia, se necessario, di impossessarsene con la forza sottraendolo a un altro membro della NATO.
“Un anno fa, pochi Paesi osavano sfidare Trump”, ha scritto su X Ian Bremmer, presidente dell’Eurasia Group. “Ora Canada, Europa, Cina, Iran, Russia e altri sono tutti più disposti a dire di no”.
A un certo punto, lo stesso Trump è sembrato chiedersi quanta influenza internazionale possedesse realmente. Nel suo discorso, ha detto ai leader mondiali di voler rinominare l’IA superintelligenza. “Vediamo se ho qualche potere”, ha detto. “Forse ce l’ho e forse no. Lo scopriremo molto presto”.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.


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